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PIERO MANZONI a Palazzo Reale Milano

PIERO MANZONI a Palazzo Reale Milano

ACHROMES

Alla ricerca, sono parole sue, di uno “stupore immacolato dei sensi”, Manzoni tra la fine del 1957 e l’inizio dell’anno successivo matura la svolta che Luciano Anceschi, il primo a darne conto pubblicamente nella mostra “Fontana Dai Manzoni” nel marzo 1958 al Circolo di Cultura di Bologna, così sintetizza “Manzoni, che iscriveva su superfici caotiche con un colore di lacca o di smalti nitidi, incubi dell’inchiostro, ora tenta allibite superfici di bianco assoluto, affidate alla sensibilità nel trattare la materia e rotte da rilievi plastici e dalle loro ombre”.

Manzoni non adotta ancora la definizioni di achrome, che diverrà distintiva di lì a poco. Fondamentalmente questi quadri sono concepiti e si concepiscono senza titolo, stante la loro natura di opere che non nascono da abilità esecutiva, che nulla descrivono e nulla intendono comunicare.
Nel 1959 il poeta Antonio Porta scrive che “il quadro di Manzoni, abolito persino il gusto del dipingere, tende a farsi oggetto, desolata presenza a sé, con quella sua materia allucinante (tela e gesso) porzione di un grande vuoto bianco”.

Alludere, esprimere, rappresentare, sono oggi problemi inesistenti, sia che si tratti della rappresentazione di un oggetto, di un fatto, di una idea, di un fenomeno dinamico o no: un quadro vale solo in quanto è, essere totale: non bisogna dir nulla: essere soltanto. Piero Manzoni