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Museo Ebraico – Berlino

Museo Ebraico – Berlino

Berlino è magnifica, la città tedesca meno tedesca che io abbia visitato. Una città giovane, ricostruita dopo esser praticamente rasa al suolo dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, capitale della cultura europea, ricca di fermenti culturali e sociali.
Sotenibile con due abiti, uno ancora con tracce di anni settanta.
Una citta in cui mi piacerebbe vivere.
Cosa mi ha colpito di Barlino? Berlino!
La gente, i giovani a piedi scalzi per strada.

Ma sosprattutto i monumenti a ricordo dello sterminio di milioni di uomini.

Parto dal Museo Ebraico, chiuso nel 1938 dai nazisti, solo nel 2001 fu ricostruito dall’architetto Daniel Libeskind e gli fu attribuita una sede permanente quella attuale. Il museo è a ricordo di chi non c’è più, ma è anche a testimonianza storica della presenza ebraica in germania con oggetti e testimonienze ma anche con camere, luoghi del museo, costruiti apposta dall’architetto Daniel Libeskind per far percepire la luce e l’oscurità improvvisa delle leggi razziali che hanno portato sino alla soluzione finale e alla morte di 6 milioni di ebrei (tedeschi e deportati dai territori occupati), rom, testimoni di geova, asociali, omosessuali, emigrati, prigionieri politici e delinquenti comuni.

Vere e proprie camere sensoriali.

La prima è la Torre dell’Olacausto e arriva dopo aver fatto il percorso della morte.
Si entra in una stanza aprendo una porta pesante ed alta, una stanza con pareti altissime (10mt circa) con feritoie in alto dove penetra la luce dall’esterno, una volta entrati la porta si chiude e si rimane al buio, l’effetto è immediato, freddo improvviso dato dal poco sole che arriva dalle feritorie agli estremi della struttura, senti i rumori esterni ma sei isolato, solo. L’unica cosa che vuoi fare è uscire.

La seconda Il Giardino dell’Esilio, progettato dallo stesso Daniel Libeskind, è rappresentata da un giardino esterno a cui si accede passando l’asse dell’esilio, tra 49 parallelepipedi alti 7 metri. 49 è un numero simbolico (48+ 1) che è 1948 nascita dello stato d’Israele, la colonna in più è al centro e rappresenta Berlino ed è piena di terra portata da Israele. Sulle colonne sono stati piantati, simboli di pace, alberi di ulivagno e simboleggiano il ritrono in Israle.
Ma il cammino è difficile in quanto il piano è leggermente inclinato e camminando ad un certo punto perdi l’equilibrio, la sensazione è il continuo spostarsi verso i muri alti su cui sbatti dal quale escono alberi che il cemento non può impedire la crescita.

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario. Primo Levi

La terza alla fine del percorso, sotto le scale centinaia di facce in ferro posate a terra, l’installazione dell’israeliano Menashe Kadishman è chiamata Foglie cadute ed è dedicata non soltanto alle vittime della Shoah, ma a tutte le vittime di guerra e violenze.
L’invito è ovvio, è quello di camminare sulle facce ascoltanto il fragore prodotto, andando sino sotto le scale in cemento armato che ti portano al buio totale.
La commozione è totale, in questo calpestare, voci … che parlano di vite non vissute ma presenti, ti viene solo voglia di uscire e non provocare più rumore, un rumore che ti arriva dentro e ti commuove.

Shalechet – Foglie cadute